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La Forma Liquida

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di

Mauro Del Santo

Design Lab Roma

 

La scuola di Design investe le sue energie e risorse per offrire agli studenti un ambiente di apprendimento pratico-sperimentale in cui l’esperienza e la conoscenza possano accrescere con lo sviluppo di progetti concreti. Gli strumenti, i laboratori e la possibilità di svolgere attività pratiche sono per noi, formatori-designer, una condizione fondamentale per lavorare in modo efficace e profondo insieme agli studenti. Il nostro impegno è rivolto soprattutto a proporre attività laboratoriali che ci permettano di sviluppare metodi efficaci di approccio al progetto e all’innovazione, ma anche di affrontare le sfide e i cambiamenti della contemporaneità.

 

 

La forma liquida è un esempio di attività, che abbiamo proposto ai ragazzi del primo anno di Product Design, pensata per aiutarli a comprendere temi non semplici come  la sperimentazione pratica, l’innovazione, il design sistemico, la ostenibilità, la creatività. Si tratta di una ricerca sul design ispirato al comportamento delle bolle di sapone;

Immergendo strutture filiformi, è possibile osservare come il sapone vi si aggrappi assumendo caratteristiche forme sottili e trasparenti, complesse, ma regolari. Si tratta di superfici elastiche che, per resistere e non scoppiare, si contraggono, riducendo al minimo l’area esposta a rischi esterni. Questo comportamento mostra come il sapone sembri avere una sorta di intelligenza vitale, o istinto alla sopravvivenza. .

Osservazioni sul comportamento delle bolle di sapone non sono affatto recenti. Negli anni sessanta, l’architetto Frei Otto ha condotto un’importante ricerca basata sull’osservazione del comportamento del sapone arrivando a sviluppare forme architettoniche di complessità e  di aspetto sbalorditive, come il celebre lavoro di copertura per lo stadio olimpico di Monaco di Baviera.

In geometria differenziale, sono chiamate superfici minime o minimali Trovare la superficie di area minima avente come bordo un qualunque numero di curve chiuse nello spazio ha preso il nome di problema di Plateau, ed è diventato, di fatto, un problema di matematica pura ancora non completamente esplorato.

Superfici minime e sistemi organizzati sono osservabili anche in numerose altre manifestazioni della natura. E’ interessante scoprire come dall’infinitamente piccolo di una molecola all’infinita mente grande di una galassia, sembrano ripetersi regole di organizzazione e comportamento simili a quelle delle bolle di sapone.

Per le discipline creative, il comportamento del sapone è sempre stato ed è tuttora fonte di fascino e ispirazione:

Come mai, in tutti i risultati, le forme di sapone ci appaiono sempre belle e affascinanti? Forse è a causa di quella regolarità armonica che ritroviamo in moltissime espressioni dell’arte già dall’antichità? Forse, ci piacciono perché le associamo alla percezione che abbiamo di forme non artificiali, ma naturali? Troviamo, infatti gli stessi principi, formali e funzionali, in tante manifestazioni della natura come nei coralli, nei fiori, nelle galassie, nelle molecole. Oppure, potrebbe affascinarci quella trasparenza e fragilità che non possiamo possedere, perché nessun altro materiale ci consente di renderla permanente?

 

 

Nella didattica, riflessioni come queste ci aiutano a stimolare un approccio curioso e profondo al nostro lavoro di progettisti. Ci consentono di mostrare come il processo creativo si alimenti di osservazioni e di sperimentazioni che coinvolgono la nostra mente e i nostri sensi.

Quest’anno, abbiamo proposto agli studenti di realizzare delle strutture con fili di ferro, cotone e legno, da usare per creare superfici che potessero farci immaginare forme di oggetti. Li abbiamo sfidati chiedendo loro di realizzare strutture filiformi anzitutto belle da vedere e, in seguito, anche in grado di dare forma a superfici di sapone altrettanto attraenti e capaci di stupire per la loro comparsa inaspettata. Le superfici, infine, avrebbero dovuto lasciar intuire idee di prodotti dall’aspetto innovativo. Arrivare, però, a pensare alla forma di una superficie modellando la struttura che si immerge nel sapone, è un’operazione già difficilissima. Ancora più complicato è fare in modo che quella superficie sia associabile a un prodotto dall’aspetto innovativo. Possiamo considerare questi tre elementi, struttura filiforme, superficie di sapone e forma di prodotto, come fortemente interconnessi tra loro da legami difficilmente controllabili. Un intervento creativo su uno degli elementi ha delle conseguenze sul risultato degli altri due. Per rispondere alle richieste dell’esercitazione, è necessario un’approccio articolato:pensare con un approccio che noi chiamiamo . Il funzionamento dell’idea, o progetto, non dipende solo dalle sue caratteristiche, ma per come interagisce all’interno di un “sistema” più complesso che la condiziona e da cui è condizionata.

Ma qual è il metodo da adottare per gestire questa complessità? E’ una domanda, questa, a cui, non sappiamo dare risposta certa. Proponiamo, però, queste attività per affrontare l’argomento e ricercare soluzioni.

 

 

Passata la lunga fase di ricerca e osservazione, la maggior parte degli studenti ha iniziato seguendo un metodo lineare: dall’idea di un prodotto, o di uno stile preciso per la forma delle strutture filiformi, o ancora dal bel disegno di un certo tipo di superfici di sapone, per poi cercare di far funzionare tutto il resto. Alcuni di loro hanno insistito su questo percorso mantenendo con forza l’idea iniziale, sforzandosi di far funzionare i risultati lungo tutto il percorso di sviluppo del progetto. Uno studente molto coinvolto, ad esempio, ha dichiarato da subito di voler ideare una scarpa dal design innovativo. Dopo diverse prove è riuscito a ottenere una forma simile a una scarpa fatta di superfici di sapone. E’ stato un risultato dall’aspetto piuttosto innovativo e interessante. Non è stato in grado, però, di controllarne le conseguenze. Non riuscendo a ottenere l’aspetto voluto con una soluzione semplice, ha dovuto creare una struttura carica di fili di ferro, necessari per vincolare le superfici. Il risultato è stato una sorta di gabbia, essa stessa, dall’aspetto  di una scarpa. Ha rinunciato, così, alla bellezza dell’effetto sorpresa che, invece, chiedevamo di mantenere e che caratterizza il lavoro con il sapone.

Faticando a ottenere risultati, la maggior parte dei ragazzi si è lasciata andare in una produzione massiva di esperimenti, passando da un argomento all’altro in modo apparentemente casuale. Producevano forme col filo, le immergevano, le osservavano, ragionavano su prodotti che gli facevano venire in mente altre superfici per poi provare a realizzarle e con strutture nuove e così via, in un processo continuo e non lineare. Hanno riconosciuto loro stessi come fosse il metodo più efficace. Sicuramente, sono il gruppo che ci ha restituito più ricchezza in termini di quantità e qualità dei risultati. Nella ricerca sui metodi di apprendimento, questo viene chiamato approccio adattativo ed evolutivo. Abbiamo concordato nel considerarlo, fino ad ora, il metodo più efficace, anche se fortuito, per affrontare l’esercitazione. Le numerose prove, pero’, hanno comportato un dispendio di energie considerevolmente  alto. I ragazzi si sono stancati più del dovuto, perdendo, a volte, l’obiettività e il senso del lavoro che stavano facendo.

Alcuni studenti tra i meno presenti sono riusciti a ottenere risultati piuttosto interessanti. Puntando al minimo sforzo e quindi alla semplicità, hanno scelto di partire da forme elementari facendo, poi, piccoli interventi di trasformazione. Non hanno ottenuto nulla di particolarmente innovativo, ma le loro proposte sono riuscite a convincere perché ben controllate in tutti e tre gli ambiti. Discutendo è emerso come, effettivamente, più un sistema sia complesso, più convenga che sia progressivo e discreto l’intervento di innovazione. Dall’altra parte, però, questo ci può far ragionare su come  contesti meno condizionati da sistemi complessi possano risultare più fertili per il nostro lavoro di creativi. Come, quindi, ci potrebbe convenire ricercare e intervenire soprattutto in tali contesti.

 

 

Abbiamo osservato con interesse il lavoro degli studenti e, soprattutto, quali fossero le loro reazioni durante tutta l’attività. Ci piacerebbe avere strumenti sempre più precisi e obiettivi per valutarne gli effetti, soprattutto a lungo termine, e capire se stiamo lavorando nella giusta direzione. Una futura ricerca potrebbe sfruttare lo sviluppo dei canali di condivisione che si stanno consolidando all’interno del sistema IED per poter lavorare in maniera sinergica con più formatori e avere un confronto più ampio. Possiamo, però, dire con certezza quanto i ragazzi abbiano compreso e condividano il nostro modo  esperienziale, ma guidato di lavorare nel laboratorio di Modellistica.

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